Porta del Diavolo Torino: 2 Leggende, 1 Vera Storia [2026]

Batacchio del Portone del Diavolo di Palazzo Trucchi di Levaldigi a Torino

Porta del Diavolo Torino: 2 Leggende, 1 Vera Storia [2026]

Se cerchi la porta del diavolo Torino ti conviene sapere subito una cosa: in città ce ne sono due, e non c’entrano niente l’una con l’altra. Una è un portale di legno intagliato nel Seicento, in pieno centro, che puoi andare a toccare oggi pomeriggio. L’altra non è una porta vera: è una piazza che la tradizione esoterica indica come l’ingresso agli inferi, e che di ingressi ne ha davvero uno, solo che porta nelle fognature. In questa guida trovi tutte e due, la leggenda che le circonda e, cosa che quasi nessuno racconta, i fatti documentati che ci stanno sotto. Perché la storia vera di questi due luoghi è più interessante del mito, e il mito ha un’origine precisa che si può datare.

Porta del Diavolo Torino: perché in città ce ne sono due

La confusione nasce dal fatto che chi cerca la porta del diavolo Torino finisce, a seconda della fonte, in due posti diversi e distanti circa un chilometro e mezzo.

  • Il Portone del Diavolo: un portale d’ingresso in Via XX Settembre, all’angolo con Via Alfieri. È un oggetto fisico, visibile dalla strada, ed è quello che tutti fotografano.
  • La porta dell’inferno: non è una porta ma un luogo, Piazza Statuto, che la tradizione esoterica indica come il punto più nero della città.

Sono due storie separate, nate in epoche diverse e per ragioni diverse, che nel tempo si sono fuse nell’immaginario collettivo sotto la stessa etichetta. Le tratteremo una alla volta, perché mescolarle è il modo migliore per non capire né l’una né l’altra. Chi arriva in città cercando la porta del diavolo Torino di solito ha in mente un’immagine sola, e quasi sempre è un misto delle due.

Il Portone del Diavolo di Palazzo Trucchi di Levaldigi

Cominciamo da quella che si può vedere. Il palazzo è opera di Amedeo di Castellamonte e fu costruito tra il 1673 e il 1677 per il conte Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi, generale delle finanze di Carlo Emanuele II. Il portale in legno intagliato fu commissionato a Parigi nel 1673 e realizzato dall’artista Pietro Danesi nel 1675.

È decorato con fiori, frutti, animali, putti e una serie di simboli che gli appassionati di occultismo leggono in chiave esoterica. Ma il dettaglio che ha dato il nome a tutto è uno solo, ed è il battente: una testa di demone affiancata da due serpenti attorcigliati. Difficile passarci davanti senza fermarsi.

La leggenda più diffusa racconta che il portone comparve all’improvviso durante una notte di invocazioni di un giovane apprendista stregone. Il diavolo, infastidito dalle chiamate continue, lo avrebbe imprigionato dietro quella porta per l’eternità. Una seconda tradizione lega invece il palazzo a un fatto più prosaico: nel Seicento vi si trovava una manifattura di carte da tarocchi, dettaglio che bastò a inserirlo stabilmente nelle mappe della Torino nera.

Oggi l’edificio ospita una banca, ma il portone resta lì, a disposizione di chiunque voglia guardarlo. Di tutte le versioni della porta del diavolo Torino, questa è l’unica che si possa davvero definire una porta.

Piazza Statuto, la presunta porta dell'inferno

L’altra versione della porta del diavolo Torino è a poche fermate di tram, ed è una piazza intera. Piazza Statuto viene indicata dalla tradizione esoterica come il vertice torinese del cosiddetto triangolo della magia nera, insieme a Londra e San Francisco. Il triangolo opposto, quello della magia bianca, unirebbe Torino a Lione e Praga. La voce Esoterismo a Torino su Wikipedia raccoglie i principali riferimenti a questa tradizione.

Qui però la premessa simbolica poggia su fatti storici concreti, ed è questo che rende il posto interessante anche a chi non crede a niente. L’area a ovest delle mura del castrum romano ospitava una necropoli ed era con ogni probabilità anche un luogo di esecuzioni. Il toponimo del quartiere, Valdocco, deriverebbe dal latino valle occisorum, la valle degli uccisi, anche se sull’etimologia non c’è certezza assoluta. Poco distante, all’incrocio tra corso Valdocco e corso Regina Margherita, fu attivo dal 1821 al 1852 il patibolo noto come Rondò dla Forca.

C’è poi il dettaglio che più di ogni altro ha alimentato le storie sugli accessi sotterranei, e non è affatto esoterico: al centro della piazza, presso la fontana del Fréjus, si trova un accesso al collettore fognario principale della città. Un tombino, in sostanza. Le leggende sulle porte che scendono negli inferi hanno spesso origini così.

Il Genio alato e la stella rovesciata

Al centro di Piazza Statuto si trova il Monumento al Traforo del Fréjus, inaugurato nel 1879 e ideato dal conte Marcello Panissera di Veglio, allora presidente dell’Accademia Albertina. È una piramide di massi provenienti dallo scavo del traforo, sormontata da un Genio alato, sotto il quale si trovano figure marmoree di Titani sconfitti.

Il dettaglio da cui nasce tutto è questo: il Genio alato porta sul capo una stella a cinque punte rovesciata. Il pentacolo capovolto è, nella simbologia occulta, uno dei segni associati a Lucifero. Da lì all’identificazione della statua con il diavolo il passo è stato breve, e da lì al nome porta del diavolo Torino ancora più breve.

Solo che il simbolismo ufficiale del monumento era esattamente l’opposto. La stella a cinque punte era un emblema massonico e risorgimentale legato alla ragione e al progresso, e l’insieme rappresentava l’allegoria della ragione che trionfa sulla forza bruta: il Genio della Scienza in cima, i Titani, cioè la natura selvaggia, schiacciati sotto. Era ideologia positivista dell’Ottocento, celebrazione dell’ingegneria che buca una montagna. Non c’era niente di satanico nelle intenzioni di chi lo eresse, e nessuno all’epoca avrebbe parlato di una porta del diavolo Torino.

È forse il caso più chiaro di come funziona la leggenda a Torino: prendi un simbolo, dimentichi il contesto in cui è stato creato, e un secolo dopo hai una porta dell’inferno.

La Guglia Beccaria: scienza scambiata per magia

Poco lontano dal monumento c’è un secondo elemento che la tradizione magica ha arruolato: la Guglia Beccaria, un piccolo obelisco con un astrolabio in cima. Secondo la vulgata esoterica, l’astrolabio indicherebbe il punto di massima concentrazione delle energie negative della città.

La realtà documentata è un’altra e riguarda la storia della scienza. La guglia fu eretta nel 1808 su opera di Lorenzo Lombardi e commemora le misurazioni trigonometriche condotte nel 1760 dal matematico e fisico Giovanni Battista Beccaria per calcolare un arco di meridiano, il cosiddetto Gradus Taurinensis. È un segnale geodetico: uno strumento di misurazione del territorio, non un dispositivo magico. L’astrolabio è lì perché serviva alle osservazioni astronomiche, non perché punti verso qualcosa.

Anche qui la dinamica è la stessa: un oggetto scientifico dall’aspetto insolito, collocato in una piazza che aveva già una brutta fama, riletto a posteriori come segno occulto.

Da dove nasce davvero il mito

A questo punto la domanda diventa inevitabile: se ogni singolo elemento ha una spiegazione documentata, perché Torino è considerata la capitale italiana dell’occulto?

Una parte della risposta è antica e legittima. Torino fu capitale del ducato sabaudo e poi del Regno d’Italia, ospitò sovrani che si circondarono di astrologi e alchimisti, e custodisce la Sindone, una delle reliquie più discusse della cristianità. Il terreno era fertile.

Ma la fama moderna, quella che ha reso “Torino magica” un’espressione di uso comune, ha un’origine molto più recente e molto meno nobile. Buona parte di essa nasce da una burla giornalistica pubblicata tra il 1968 e il 1972, che raccontava della presunta presenza di quarantamila satanisti in città. Era falso. Ma la notizia circolò, venne ripresa, e nel giro di pochi anni si trasformò in leggenda metropolitana consolidata, poi in itinerari turistici, poi in libri, poi in articoli che si citano l’un l’altro senza risalire alla fonte.

Questo non toglie nulla al fascino dei luoghi. Il portone di Palazzo Trucchi è comunque un capolavoro di intaglio del Seicento con un demone sul battente. Piazza Statuto è comunque costruita sopra una necropoli romana. La differenza è che sapere come stanno le cose ti permette di guardarli meglio, invece di ripetere una storia che qualcuno si è inventato cinquant’anni fa.

Vedere la porta del diavolo Torino: come organizzare il giro

Le due tappe della porta del diavolo Torino si fanno comodamente in mezza giornata a piedi, e stanno entrambe dentro il perimetro del centro.

Piazza Statuto è il punto di partenza naturale, perché è a pochi minuti da Porta Susa ed è un nodo di tram e autobus. Qui vale la pena fermarsi qualche minuto a osservare il monumento dal basso, cercando la stella rovesciata sul capo del Genio: dalla strada non è immediata da individuare. La luce migliore è quella del tardo pomeriggio, quando taglia di lato le figure dei Titani e cambia completamente la percezione dell’insieme.

Il Portone del Diavolo è la seconda tappa: si scende verso il centro fino a Via XX Settembre, all’angolo con Via Alfieri. Serve poco tempo, ma serve avvicinarsi: il battente con la testa di demone e i serpenti si apprezza solo da vicino, e da qualche metro di distanza passa quasi inosservato.

Se vuoi allungare il giro, entrambe le tappe si incastrano bene in un itinerario più ampio dedicato al lato oscuro di Torino, che aggiunge la Gran Madre, le grotte alchemiche e il Museo Egizio. E se la giornata finisce dopo il tramonto, la città cambia ancora: trovi altre idee nella guida su cosa fare a Torino di notte.

La Porta dell'Inferno che si può attraversare

C’è un limite in tutto questo, ed è onesto dirlo. Puoi camminare fino a Piazza Statuto, guardare il Genio alato, toccare il battente del portone in Via XX Settembre. Ma resti sempre dall’altra parte del vetro. Osservi una leggenda, non la vivi.

A pochi minuti dal centro, in Via Pastrengo 1/E, c’è Dogma Escape Room, e l’esperienza principale si chiama proprio La Porta dell’Inferno. Non è una coincidenza cercata a tavolino: è la stessa immagine che questa città si porta dietro da secoli, con la differenza che qui la porta la attraversi davvero.

Novanta minuti, un attore dal vivo che resta in stanza per tutta la sessione, una scenografia costruita per essere credibile e un impianto sonoro che reagisce a quello che fai. Non è un percorso a spavento, di quelli in cui qualcuno salta fuori da dietro un angolo e poi tutto finisce. È tensione che si accumula e non si scarica, dall’inizio alla fine.

Se vuoi capire come funziona prima di decidere, sulla scheda dell’escape room horror a Torino trovi trailer, durata, prezzi e tutte le informazioni pratiche.

Domande Frequenti

Dove si trova esattamente la porta del diavolo Torino?
Dipende da quale delle due cerchi. Il Portone del Diavolo, il portale ligneo con il battente a testa di demone, è in Via XX Settembre all’angolo con Via Alfieri, sulla facciata di Palazzo Trucchi di Levaldigi. La cosiddetta porta dell’inferno non è una porta ma un luogo, Piazza Statuto, indicata dalla tradizione esoterica come il cuore nero della città. Le due si trovano a circa un chilometro e mezzo di distanza.

Perché Torino è chiamata la città del diavolo?
Per la somma di tre cose: una storia antica che comprende necropoli romane, patiboli e sovrani appassionati di alchimia; una serie di monumenti dal simbolismo ambiguo, come il Genio alato con la stella rovesciata; e una leggenda metropolitana moderna, nata da una burla giornalistica pubblicata tra il 1968 e il 1972 sui presunti quarantamila satanisti in città, mai verificata e poi diventata senso comune.

Il Portone del Diavolo si può visitare?
Il portale è visibile liberamente dalla strada, a qualsiasi ora e senza biglietto, perché si trova sulla facciata esterna dell’edificio. L’interno del palazzo ospita oggi una banca e non è aperto alle visite turistiche. Per vedere il battente con il demone e i serpenti serve avvicinarsi di qualche passo: da lontano si perde.

Conclusione

La porta del diavolo Torino non è un luogo solo, e soprattutto non è quello che raccontano le guide veloci. È un portale seicentesco con un demone sul battente, ed è una piazza costruita sopra una necropoli con un tombino al centro e una statua fraintesa per un secolo e mezzo. Nessuna delle due è un ingresso agli inferi, e tutte e due valgono la camminata.

Quello che resta, dopo aver smontato la leggenda pezzo per pezzo, è la cosa più interessante: Torino ha passato secoli a costruirsi questa reputazione, e continua a portarsela dietro anche quando i fatti dicono altro. Il mito è più resistente della verità, ed è esattamente per questo che funziona. La porta del diavolo Torino continuerà a esistere finché qualcuno continuerà a cercarla.

Se dopo aver camminato tra queste storie ti resta la curiosità di stare dentro l’atmosfera invece di guardarla da fuori, prenota La Porta dell’Inferno. Novanta minuti, un attore dal vivo, e nessuna leggenda da verificare: quella la vivi e basta.

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